La «Nord» sospende le trasferte «Per Paolo e per avere giustizia»
Niente più trasferte. Niente pullman, niente viaggi «a tempo indeterminato». La decisione, clamorosa e senza precedenti, appartiene alla curva Nord, gruppo «Brescia 1911». E’ annunciata da una lettera al ministro degli Interni Giuseppe Pisanu inoltrata, per conoscenza a questore, prefetto e sindaco di Brescia, nonché al sindaco di Verona. Perché la decisione nasce come conseguenza degli incidenti di Verona: gli scontri che 10 giorni fa hanno spedito all’ospedale in condizioni gravi un ventinovenne tifoso di Castenedolo. «Paolo non mollare», hanno stampato sulla canottiera i giocatori del Brescia . E per Paolo ora si fermano gli ultras della curva Nord. «A Verona - scrivono i tifosi del “Brescia 1911” - i primi problemi sono nati quando ci siamo accorti che una decina di persone era sprovvista di biglietto. Eravamo disposti ad acquistare tagliandi di qualsiasi settore. Conosciamo le nuove norme, quindi abbiamo deciso di svuotare il settore ospite e di non vedere la partita tutti insieme. Al termine della gara, fatto inspiegabile, i cancelli che dividono il settore dalla tribuna laterale, presidiati fino a quel momento dagli agenti, si sono presentati all’improvviso aperti ed incustoditi». «Non ci soffermiamo troppo - proseguono gli ultras della Nord - su quanto successo al Bentegodi... Perchè le sorprese maggiori ci attendevano in stazione… Non le descriviamo nei minimi particolari quanto successo, anche perché ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare la disperazione, l’impotenza, l’umiliazione. La rabbia che ci ha investito insieme alle manganellate e ai sassi… Non c’è stata possibilità di reazione per la violenza improvvisa. Paolo è stato ferito alla testa ripetutamente e dopo le prime cariche è riuscito a rifugiarsi sul treno: il tempo di raccontare quanto accaduto e ha iniziato a stare male… Nel frattempo, le cariche della celere sono continuate… Noi non siamo dei santi, ne abbiamo fatte di trasferte, ma questa di Verona è stata scioccante. Abbiamo avuto paura, soprattutto per i ragazzi e le donne che erano con noi e che tentavano inutilmente di scappare. Per questo abbiamo deciso di fermarci per un attimo a riflettere e di sospendere le trasferte fino a tempo indeterminato. Almeno fino a quando Paolo non starà meglio. Almeno fino a quando non ci saranno le condizioni emotive per affrontare una trasferta senza tensioni pericolose e con la necessaria lucidità. Speriamo che esca la verità. Vogliamo solo che venga fatta giustizia». Per Paolo, gli ultras della Nord non tiferanno nemmeno domani sera al Rigamonti in occasione della gara col Rimini.
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tratto dal "giornale di brescia"
«La verità deve venire a galla. Vogliamo un po’ di giustizia». L’appello degli ultras del «Brescia 1911 curva nord» è lapidario a fronte di un documento corposo (cinque pagine) spedito al ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, ed alle autorità bresciane e veronesi. Già, perché la questione - spinosa - ruota attorno alla partita Verona-Brescia del 24 settembre scorso, o meglio agli scontri avvenuti alla stazione ferroviaria scaligera che hanno portato - tra l’altro - al ferimento di un tifoso bresciano ed a numerosi arresti. Il documento degli ultras ripercorre quella trasferta e quanto di più drammatico è accaduto, puntando il dito contro le forze dell’ordine. E poi arriva una sorta di provocazione, a fronte della necessità degli ultras bresciani di «fermarsi per un attimo a riflettere». La provocazione? «Abbiamo deciso di sospendere le trasferte a tempo indeterminato, almeno sino a quando Paolo (il tifoso bresciano rimasto ferito alla testa durante la trasferta in terra veronese - ndr) non starà meglio. Almeno fino a quando non ci saranno le condizioni emotive per affrontare una trasferta senza tensioni pericolose e con la necessaria lucidità. Almeno sino a quando tutti, non solo noi che lo abbiamo già capito da un pezzo, si renderanno conto che la vita di un ragazzo e di un amico vale molto di più di una partita di calcio e di tutti gli interessi economici che gli girano attorno». La lettera della tifoseria organizzata mette quindi in luce l’auspicio che «tutti si sforzino, da oggi maggiormente, nella prevenzione (e non nella repressione) delle situazioni più pericolose che, con un po’ di dialogo, rispetto, sensibilità e intelligenza, potrebbero essere tranquillamente evitate». Partendo dal presupposto che spesso «gli ultras vengono dipinti come teppisti senza valori, ma mai come in questa circostanza hanno dimostrato, ancora una volta, di avere sentimenti e di credere in valori fondamentali quali l’amicizia, la solidarietà ed il rispetto per la vita di una persona». Non solo, «gli ultras vengono spesso accusati di nascondersi, ma mai come questa volta ci metteremo la faccia e racconteremo a chi ci starà ad ascoltare quanto realmente successo a Paolo, a costo di prendere denunce e diffide». E per finire «gli ultras vengono spesso ingannati e strumentalizzati per nascondere i veri mali del calcio e della società civile, ma mai come questa volta ci ribelleremo e combatteremo con l’arma più potente che possediamo, ossia il cervello». Perché questa volta «non ci metteremo a tacere... la verità deve uscire». Insomma, l’appello-documento al ministro degli Interni vuole riaccendere i riflettori su una storiaccia divenuta tale fin dagli inizi. Perché secondo gli ultras «i tagliandi di ingresso allo stadio di Verona ci sono stati consegnati soltanto due giorni prima della partita, mentre per regolamento la società ospitante è tenuta a fornire i biglietti agli ospiti cinque giorni prima della gara». Altri inconvenienti legati all’acquisto del biglietto sarebbero poi stati risolti, «senza creare alcun problema di ordine pubblico», direttamente allo stadio veronese. Poi emerge la questione dei cancelli aperti. «Al termine della partita - si legge nel documento degli ultras -, con molti di noi già sui pullman pronti a tornarsene a casa, è successo un episodio che ci ha fatto riflettere parecchio ed al quale non siamo ancora riusciti a dare una spiegazione. I cancelli che dividono il nostro settore dalla tribuna laterale, presidiati fino a quel momento dagli agenti, si sono infatti presentati improvvisamente aperti ed incustoditi. Quindi nessuno dei tifosi presenti in quel momento ha forzato o sfondato le barriere che dovrebbero dividere (e non mettere in contatto) due tifoserie rivali come quelle di Verona e Brescia». Gli ultras rincarano poi la dose sulla loro verità dei fatti. «Dopo essere giunti in stazione viaggiando sui pullman messi a disposizione dalla questura di Verona, abbiamo preso posto sul treno ed abbiamo atteso il resto dei tifosi che stava arrivando. Durante il viaggio in bus e durante la lunga attesa in stazione non è successo nulla, nè coi veronesi, nè con la Polizia. All’arrivo del secondo viaggio, non appena i restanti tifosi hanno messo piede in stazione, sono iniziati i pestaggi». Il documento non entra nei dettagli, «anche perché ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare la disperazione, l’impotenza, la frustrazione, l’umiliazione ed a tratti la rabbia che ci ha investito insieme alle manganellate, ai sassi, ai fucili usati come mazza, ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo ed al loro gas velenoso e paralizzante... Ci piacerebbe raccontarLe (il riferimento è al ministro Pisanu - ndr) che abbiamo reagito, che ci siamo difesi, che abbiamo risposto agli attacchi con decisione, ma non c’è stata partita, non c’è stata possibilità di reazione a causa della violenza improvvisa (e probabilmente premeditata) di questa azione condotta su più fronti». È il caos alla stazione scaligera, là dove, secondo gli ultras, è stato ferito alla testa il giovane tifoso bresciano. Sono loro, gli ultras, a parlare nel chilometrico documento «di pestaggi, di cariche della polizia, di verità distorte». Certo, «noi non siamo dei santi, ne abbiamo fatte di trasferte e ne abbiamo vissute di situazioni difficili, ma questa di Verona è stata scioccante. Non ci vergognamo di dirLe che abbiamo avuto paura, anzi terrore, soprattutto per i ragazzi e le donne che erano con noi e che tentavano inutilmente di scappare. Non c’è stata partita e non c’è stata soprattutto pietà». Insomma, la questione è davvero «calda» e ora il documento degli ultras «serve per far uscire anzitutto la verità e poi perché si lavori, da oggi in poi, seriamente e serenamente per evitare un altro episodio come quello di sabato (ossia il 24 settembre scorso) che ha portato molti feriti innocenti e soprattutto un ragazzo a lottare fra la vita e la morte».
Giorgio Sandri: “Sulla morte di Gabriele sta scendendo il silenzio”
14:15 mar 22 gennaio 2008
“E’ sceso un velo su questa vicenda, non è giusto” Il padre di Gabriele Sandri, il giovane tifoso della Lazio ucciso l'11 novembre dello scorso anno da un agente della polizia stradale a pochi metri dall’autogrill di Badia al Pino, si è sfogato così ai microfoni del tg5.
Sono passati più di 2 mesi da quel tragico giorno, ora Giorgio Sandri vuole “Vera giustizia. Se avessi fatto io quello scempio mi avrebbero dato 21 anni, proprio come prevede il codice penale” Sandri avverte che sul caso sta calando il silenzio “La colpa è delle Istituzioni. Dall’agente che ha sparato non ho mai ricevuto né messaggi, né lettere di scuse. Ora il ministero lo ha sospeso, ma è stato troppo tardi”.
“L’ultimo ricordo che ho di Gabriele” conclude Giorgio Sandri “è della sera prima di quel maledetto giorno. Gabriele stava preparando i dischi per suonare al Piper. Con la sua morte si è spezzato il nostro percorso di vita. Gabriele era un bravo ragazzo di casa, non c’è nessuno che non lo ricordi con amore”.